C’è una strana equazione che, più o meno consapevolmente, molte persone coltivano:
“Più sei consapevole, più sei infelice.”
Oppure: “Chi è troppo intelligente o riflessiva/o, finisce con il complicarsi la vita.”
Diciamoci la verità: quante volte lo abbiamo pensato? Quante volte ci siamo detti (o abbiamo sentito dire) che “beata ignoranza” è una forma di salvezza? Che le persone semplici – quelle che non si pongono troppe domande, che prendono la vita com’è – sembrano spesso più serene, più leggere, più “felici”?
E al contrario, chi ha uno sguardo più attento, critico, analitico… sembra destinato alla disillusione, alla malinconia, a una vita piena di riflessioni ma povera di spensieratezza.
Ma sarà davvero così?
La trappola della falsa dicotomia
Questa credenza nasce da una semplificazione estrema: come se consapevolezza e felicità fossero due poli opposti, come se l’una escludesse l’altra. Ma la realtà, come spesso accade, è molto più sfumata. E più interessante.
La consapevolezza, infatti, non è solo vedere ciò che fa male. È anche riconoscere ciò che fa bene. È sviluppare la capacità di leggere la vita con più strumenti, più colori, più sfaccettature. Certo, vedere meglio include anche vedere le ombre. Ma chi ha detto che guardare in faccia le ombre ci rende infelici?
Anzi, spesso è proprio il fatto di non vederle – o peggio, di far finta che non esistano – a renderci ansiose/i, insoddisfatte/i, in tensione.
La Mindfulness non complica: chiarifica
Prendiamo la mindfulness, per esempio.
Una pratica fondata sulla presenza, sull’ascolto, sull’accoglienza dell’esperienza così com’è.
Non ci rende più “pesanti”. Non ci fa diventare delle/i intellettuali afflitte/i dalla vita. Al contrario:
ci insegna a scegliere cosa nutrire, dove portare l’attenzione, come stare in ciò che c’è senza essere travolte/i.
Non è questione di beata ignoranza… ma di beata presenza!
Chi pratica con regolarità sa che la consapevolezza non è una trappola, ma un ponte.
Un ponte verso una vita più autentica, più coerente, più vicina a chi si è davvero.
E non c’è felicità più profonda di questa:
- vivere una vita che ti assomiglia;
- riconoscere i tuoi bisogni e onorarli;
- dire di sì alle persone, alle attività, ai contesti che ti nutrono – e dire di no a ciò che ti svuota.
Felicità: definire la parola prima di inseguirla
C’è poi un altro equivoco di fondo. Spesso quando si parla di “felicità” si intende uno stato euforico, leggero, frizzante, senza pensieri. Ma la felicità vera, quella che dura e nutre, non è assenza di problemi, ma presenza a sé stesse/i.
La consapevolezza non ti promette una vita perfetta. Ma ti offre gli strumenti per non perderti, anche quando la vita fa i capricci.
In conclusione – Meglio ignoranti e felici? O consapevoli e libere/i?
Quindi no, la consapevolezza non rende infelici.
Anzi: ci offre la possibilità di uscire dall’automatismo, di scegliere con intenzione, di vivere con pienezza.
E se questo comporta vedere anche ciò che non funziona, ben venga. Perché solo ciò che si vede può essere trasformato.
In fondo, la vera infelicità non nasce dal vedere troppo, ma dal vivere scollegate/i da noi stesse/i.
